Sempre più in alto

Correva l’anno 1953 quando per la prima volta nella storia due uomini raggiunsero la cima dell’Everest, la più alta vetta al Mondo, chiamata “madre dell’universo” dai tibetani e “dio del cielo” dai nepalesi. L’esploratore neozelandese Edmund Hillary partecipò alla spedizione inglese che gli consentì di raggiungere l’obiettivo, assieme al portatore nepalese Norgay Tenzing, e di piantarvi la bandiera britannica.
Mentre nel Regno Unito l’allora ventisettenne Elisabetta II celebrava la storica impresa durante il suo secondo anno da Regina, in Italia, qualche mese più tardi, veniva promulgata la legge 941, disciplinante l’emissione dei certificati di debito pubblico, per il cui primo collocamento si dovettero attendere però ventuno anni: il primo buono poliennale del tesoro (BTP), di durata quadriennale e con rendimento annuo 7%, risale infatti al 1974.
Da allora le emissioni sono incrementate notevolmente in numero e ammontare, di pari passo con il debito pubblico che, secondo le previsioni contenute nell’ultimo Documento di Economia e Finanza (meglio noto come DEF), supererà i 3.000 miliardi di euro nel 2025 e arriverà a 3.300 nel 2027, per poi scendere. Solo negli ultimi dodici anni è aumentato di circa il 40%: ciò non sembra però preoccupare l’ambiente finanziario, infatti i recenti collocamenti di BTP nelle varie declinazioni e di altri titoli di stato, come ad esempio i BOT, stanno riscuotendo un grande successo. A confermarlo è anche la quota di debito pubblico detenuta dai cittadini italiani, passata negli ultimi tre anni da 8 a 15% circa, principalmente per le seguenti motivazioni (vecchie e nuove):

  1. l’aumento dei tassi di interesse: nel 2021 i BOT venivano collocati nel mercato con rendimento negativo, ora l’annuale ha un rendimento di circa il 3,50%;
  2. il “premio” riconosciuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze alle banche sulla massa di titoli pubblici collocati, che incentiva le stesse a piazzarli ai propri clienti;
  3. la massiccia campagna pubblicitaria, allo scopo di “italianizzare il più possibile il nostro debito”: ciò consente una maggiore stabilità nei momenti di tensioni finanziarie, durante i quali gli investitori internazionali e/o professionali tendono a vendere, contribuendo ad incrementare ulteriormente l’incertezza; 
  4. l’esenzione dall’ISEE (il livello economico complessivo della famiglia) fino a 50.000 euro;
  5. l’esenzione dal calcolo delle imposte di successione;
  6. la fiscalità agevolata rispetto al resto del mondo finanziario: “l’imposta sui guadagni” è del 12,50% contro il 26%.

Concludo ribadendo ancora una volta che un investimento (finanziario, immobiliare, imprenditoriale, …) è corretto quando è ottimamente DIVERSIFICATO.