02 Set Il diamante non è per sempre
Quindici anni fa l’Europa era nel mezzo di una vera e propria tempesta finanziaria: la crisi dei debiti sovrani aveva colpito i paesi finanziariamente più fragili, i cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), sui quali aleggiava lo spettro del fallimento, poi evitato grazie all’intervento dell’allora Presidente della BCE Mario Draghi. I risparmiatori, seriamente preoccupati per i loro capitali, avevano cercato riparo ripiegando sui tradizionali beni rifugio come ad esempio il franco svizzero, i titoli di stato tedeschi, l’oro, ma anche i diamanti, i cui prezzi erano saliti alle stelle per effetto di una richiesta esagerata.
Per un po’ di tempo il trend dei diamanti fu cavalcato dalle principali banche italiane, che proponevano ai loro clienti un investimento “sicuro, liquidabile e rivalutabile costantemente nel tempo”. Quelli che vi credettero subirono una truffa bella e buona, in particolare perché i preziosi erano piazzati allo sportello ad un prezzo doppio rispetto al mercato.
L’antitrust ha dunque sanzionato per pratiche commerciali scorrette le società e le banche coinvolte, che diversi tribunali italiani hanno condannato ai risarcimenti dei clienti truffati.
Il diamante ha comunque mantenuto la sua caratteristica di bene rifugio ancora per qualche tempo, ma negli anni recenti “il meccanismo sembra essersi inceppato”. Ciò lo si desume ad esempio dalla valutazione del colosso mondiale del settore De Beers, passata da 13,2 miliardi di US dollari del 2011, a 9,2 miliardi del 2023, fino a 1,2 miliardi dell’ultimo mese.
Tale debacle è imputabile alla crisi del settore lusso ma soprattutto all’ascesa dei diamanti coltivati in laboratorio, di qualità talmente alta da essere chimicamente, fisicamente e otticamente identici ai naturali. Ma con un prezzo inferiore dell’80/90%!
Il diamante quindi “NON è più per sempre”. Una regola che vale anche per la finanza, dove nulla è per sempre e dove, proprio per questo motivo, è necessario diversificare!