Come Lehman Brothers?

Da qualche tempo le prime pagine di molti quotidiani dedicano ampio spazio al tema dell’energia, in modo particolare a quello del gas: ciò soprattutto per l’incredibile crescita del suo prezzo nell’ultimo anno, e per le rivenienti disastrose conseguenze economiche attuali e preventivate per il prossimo futuro. Dai 17 euro circa al megawattora di marzo 2021, recentemente ha raggiunto quasi i 350 euro, quindi venti volte in più!

Le cause di tale esorbitante crescita sono diverse:

1. la Russia, colpita dalle sanzioni imposte dall’Europa a seguito dell’invasione dell’Ucraina, per ritorsione ha cessato quasi totalmente la fornitura abituale di gas;

2. la peggior siccità degli ultimi cinquecento anni ha ridotto enormemente la produzione di energia idroelettrica, il trasporto fluviale di carbone, ma anche la produzione di energia nucleare, i cui impianti vengono raffreddati abitualmente con l’acqua dei laghi, dei fiumi e dei mari;

3. le ondate di caldo estivo hanno limitato il vento e quindi la produzione di energia eolica.

Se il caro bollette fa paura, il timore più grande arriva dai mercati del gas e dell’elettricità, tanto che qualche esperto arriva a paragonare i potenziali disastri causabili dal possibile “scoppio della bomba” nel settore energetico, con quelli generati nel 2008 dal fallimento di Lehman Brothers.

In questo caso la bomba ha un nome preciso: margin call.

Le imprese energetiche, che compravendono gas ed elettricità, necessitano di prezzi stabili per operare, quindi preferiscono tutelarsi dai rischi di oscillazioni, effettuando “operazioni di copertura” con specifici strumenti finanziari chiamati derivati. Tale complessa operatività richiede il versamento di margini di garanzia, i margin call appunto, secondo specifiche regole imposte dalle autorità di vigilanza dei mercati: le violente oscillazioni giornaliere dei prezzi degli ultimi mesi (anche del 30%), hanno causato una crescita vertiginosa di detti margini, determinando il prosciugamento della liquidità nelle casse delle aziende, e minandone la loro salute. Recentemente alcuni big del settore sono stati costretti a ricorrere agli aiuti di stato per evitare il fallimento: così è stato ad esempio per il colosso tedesco Uniper, che a fronte di perdite di oltre 9 miliardi di euro annunciate a luglio scorso, è stato salvato dallo Stato tedesco con misure di vario genere (finanziamenti e partecipazione pubblica al capitale sociale, fino alla nazionalizzazione, come annunciato ieri dai media nazionali e internazionali). Il ministro delle finanze finlandese, annunciando un pacchetto di misure straordinarie da 10 miliardi di euro per le imprese energetiche del proprio paese, ha parlato di “versione energetica del caso Lehman Brothers”. Insomma, il conto è davvero salato tanto che gli esperti lo stimano pari a 1.500 miliardi di euro, quasi come il nostro PIL: 200 di questi sono imputabili alle imprese italiane, che hanno chiesto allo stato l’apertura di linee di credito temporanee per 20-30 miliardi di euro.

Nel 2008 le autorità intervennero per risolvere la crisi, così come lo fecero anche nel 2012, in occasione della crisi dei debiti sovrani.

Dovrà essere per forza così anche stavolta.

Oggi, come ogni terzo mercoledì di settembre dal 1981, si celebra la giornata internazionale della pace, che tanto vorremmo presto avere nei territori teatro del conflitto Russia-Ucraina e nel resto della Terra.