Diritto ad inquinare

Nel 2005 l’Unione Europea ha istituito l’Emission Trading System (ETS), una sorta di mercato delle emissioni di CO2, con lo scopo di ridurle, e conseguentemente contrastare il cambiamento climatico. 

Il progetto ha fissato un tetto massimo annuo di emissioni, ripartendolo fra diversi settori: le oltre 11.000 aziende di 31 paesi d’Europa coinvolte, hanno a disposizione un numero fisso di quote, ciascuna delle quali consente l’emissione di una tonnellata di CO2 in un anno. Fin dalla nascita, il piano si è proposto di abbassare il tetto massimo di quote concedibili annualmente, così da costringere le aziende, dunque beneficiarie di un numero di quote via via inferiori, ad inquinare sempre meno.

L’obiettivo originario del programma comunitario consisteva nel raggiungimento di un taglio del 40% delle emissioni entro il 2030, ma anche a causa dei molti disastri ambientali occorsi negli ultimi tempi, è stato rimodulato, aumentandolo al 55%, per arrivare così a zero emissioni nel 2050.

Una caratteristica particolare dei “carbon credit”, ossia delle quote, è rappresentata dalla loro trasferibilità, simile a quella di un’azione o di qualsiasi altro strumento finanziario. Quindi le aziende che emettono meno gas serra possono vendere quelle non utilizzate ad aziende “bisognose”, in quanto più inquinanti: ad esempio nel 2019, il produttore di auto elettriche Tesla ha venduto sue quote a FIAT-CHYSLER.

Nel corso degli anni il prezzo unitario delle quote è “esploso”, passando dai circa 5 euro alla tonnellata del 2016 agli oltre 50 degli ultimi mesi. E probabilmente salirà ancora, per effetto di un’offerta sempre minore, come previsto dal programma UE.

Una conseguenza positiva del prezzo elevato – gli esperti stimano già oltre i 40 euro – sarebbe la sollecitazione alle aziende ad una progressiva conversione verso il green e ad una minore necessità di carbon credit.

Per contro, l’ammirevole progetto istituito sedici anni fa dalla UE è circoscritto ai soli paesi dell’Area.

Ricordo però che l’accordo di Parigi del 2015 sul clima è stato sottoscritto da 190 nazioni, coinvolgendole in una transizione energetica che richiederà investimenti monstre per circa 100.000 miliardi di dollari (o 100 trilioni) dal 2030 al 2050: una cifra simile alla capitalizzazione globale del mercato azionario, o al valore del mercato obbligazionario mondiale o ancora al PIL di tutti i paesi della Terra.

Da ciò si deduce che nei prossimi decenni i temi “ecologia” e cambiamento climatico” genereranno ritorni interessanti per i risparmiatori che vorranno investirvi.